Il linguaggio del potere
Nell’anniversario della morte di Falcone, continua la lotta per la legalità. di Paolo Razzano
Ci sono molti modi per combattere la mafia. Uno di questi è certamente parlarne e tenere alta l’attenzione sul fenomeno, anche per contrastare la cosiddetta “strategia della sommersione” intrapresa dai boss dopo le stragi degli anni Novanta. Quale data migliore, dunque, dell’anniversario della morte di Giovanni Falcone, servitore dello Stato ucciso il 23 maggio 1992 insieme alla moglie e tre uomini della scorta. In queste settimanale, il film Gomorra, dall’omonimo libro di Roberto Saviano, in concorso al Festival di Cannes, ha sicuramente riacceso i riflettori su una battaglia per la legalità tutt’altro che esaurita. Esistono anche uomini che, nell’anonimato quotidiano, dedicano la loro vita alla lotta alla mafia. Tra questi il Procura della Repubblica di Palermo Michele Prestipino. Romano di origine siciliana, dopo sette anni alla pretura di Avezzano e quattro anni alla sorveglianza a L’Aquila, Michele Prestipino da dodici vive e lavora sotto scorta alla Procura di Palermo, occupandosi di delicate inchieste antimafia. Il procuratore, insieme al giornalista Salvo Palazzolo, ha raccolto in un libro una delle pagine più importanti del suo lavoro in un volume dal titolo ”Il codice Provenzano” (Laterza, 2007). Tutto ha inizio l’11 aprile 2006, quando le forze dell’ordine fanno irruzione in un casolare a Montagna dei Cavalli, a pochi chilometri da Corleone, e arrestano un anziano signore in maglione, jeans e scarponcini. Quell’uomo è Bernardo Provenzano, capo della mafia siciliana e latitante da oltre quarant’anni. Insieme a lui vengono sequestrati più di duecento documenti tra lettere, appunti e promemoria. Si tratta dei famosi “pizzini”, molti dei quali autografi, lo strumento di comunicazione con il quale il boss ha governato l’organizzazione mafiosa per decenni. Gestione di appalti e affari, soluzione di controversie, raccomandazioni, ordini e richieste; il contenuto di questi scritti è molto ampio e rappresenta una fonte inesauribile di conoscenza dei meccanismi che regolano i rapporti gerarchici tra il capo e la sua gente. Il Procuratore Prestipino ha dedicato molto tempo allo studio del codice del boss. Al centro della sua attenzione il linguaggio dei pizzini, documenti di valore inestimabile perché esprimono il pensiero non condizionato di alcuni dei più pericolosi capi di Cosa nostra. «Le parole che usano - dice Prestipino - sono finalizzate alla continua ricerca dell’autolegittimazione. È stucchevole ritrovare i continui richiami al sentimento religioso e all’idea di servizio alla causa mafiosa. Provenzano utilizza sempre questi riferimenti per apparire agli occhi degli uomini di mafia come il buon padre di famiglia che ha a cuore l’interesse generale », spiega il magistrato. Quello di Provenzano è un vero e proprio “ossimoro mafioso”. «Non si entra nella mafia per vocazione o per migliorare il mondo. Si diventa mafiosi per ragioni di ordine materiale, per arricchirsi e arricchire la propria famiglia. La grande messinscena di Provenzano, della quale convince e si autoconvince, ha il solo scopo di garantire il funzionamento dell’organizzazione. Non a caso l’accusa più frequente che si rivolgono i mafiosi è quella di tradimento, ossia di anteporre gli interessi personali a quelli di Cosa Nostra», aggiunge Prestipino. La mafia, per poter perpetuare i suoi affari illeciti, è alla continua ricerca del “consenso sociale”. Per questo non deve stupire che un boss come Provenzano, capace di ordinare l’assassinio di un uomo con un semplice gesto delle spalle, si occupi di questioni apparentemente banali. «Nei pizzini abbiamo ritrovato comunicazioni relative a una raccomandazione per l’esame di maturità, una buona parola per il fidanzamento di un amico e la segnalazione per un’assunzione. Tutti gesti necessari per aumentare la propria legittimità tra la gente». A ben guardare, per costruire il codice di comunicazione e comportamento della nuova mafia, Bernardo Provenzano non ha inventato nulla, ha attinto a piene mani dalla cultura rurale e popolare della Sicilia, piegandola ai propri fini malavitosi. «Il rischio è quello che questo distorto modello di potere, vecchio e attuale allo stesso tempo, si diffonda al di fuori del contesto mafioso. Il compito della magistratura è vigilare sulle zone grigie per impedire che i tentacoli della criminalità se ne impadroniscano», conclude il procuratore.











